ROSSANA ROSSANDA, autobiografia: "La ragazza del secolo scorso."

PROGETTO BABELE La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda Anno 2005 - Einaudi, Torino Prezzo € 18 - 385 pp. ISBN 2147483647 Una recensione di Luca Bidoli E' un libro splendido sin dalla foto di copertina, di Uliano Lucas, che ritrae, con una rara e sapiente intensità, che solo il bianco e nero può trasmettere, il volto dell'autrice: le mani a racchiudere il mento, gli occhi profondi e malinconici, la chioma dei capelli, bianchi. Se ci soffermiamo su particolari apparentemente insignificanti è solo perché la stessa sensazione di entrare in un mondo ricco e fitto di pensieri, di ricordi, si conferma pagina dopo pagina, in una successione di piccoli ceselli di tempo, restituito nella sua vivezza e contemporaneità. Allora ecco, sin dalle prime battute, con la grazia forte di una composizione di Schumann, le primissime immagini, i primi suoni ed odori dell'infanzia, nella Pola degli anni venti, con il ricordo della guerra, del passato, già allora, passato splendore, in stanze di buona e operosa borghesia, con i genitori che tra loro parlavano tedesco, ma che canticchiavano, mentre ci si lavava i capelli: “Nell'Italia, e dei Rossetti, no se parla che italian”. Un mondo intero che riemerge da un dagherrotipo, ma con una rara e profonda qualità di scrittura, mai indulgente verso sé stessa, con il rigore di chi ha visto tutto o quasi nel corso della storia, di chi dalla storia, con o senza esse maiuscola, ha imparato a scernere farina e crusca, melassa e miele, impegno rigoroso e retorico esibizionismo. La storia, quella della esse in grande, fa la sua comparsa sin dalle prime pagine, con l'anno terribile del 1929, con la crisi economica, i fallimenti, i debiti, gli ufficiali giudiziari che applicano su ogni oggetto della casa speciali cartellini dall'orlo smerlettato, e si ritrovano una bambina curiosa tra i piedi che li aiuta con zelo. “ Quando ebbero finito e se ne andarono, mamma tornava giusto dall'orto con un cestino di piselli, li sgranammo e lei preparò una frittata. Non so che cosa dissi di quella entusiasmante mattinata quando sedemmo a tavola, ma lei si portò le mani al viso e scoppiò in singhiozzi Pianse disperatamente a lungo su tutto quel verde e giallo dell'omelette. Non l'avevo mai vista piangere. Era il disastro, era là da un pezzo, non potevo più nascondermelo. Quel giorno finì l'infanzia.” ( pag.20). Ed allora la vita dà un' improvvisa sterzata, si cambia tutto, certo non da gattopardi, ci si trasferisce prima a Venezia, da parenti, poi a Milano, con un' educazione e una prassi pedagogica quotidiana nella quale la sana dignità borghese riprende fiato, riacquista posizioni, si fa concreto realismo e lezione da trasmettere ai posteri: “ Che bisognasse essere pronte a qualsiasi evenienza, era evidente da quando eravamo state alluvionate dal' 29. E che si può tutto a parte di non scappare fu l'insegnamento sorprendente che mi venne da papà. .” ( pag. 32). Ma come non vibrare di lieta emozione davanti a pagine dove si scopre una famiglia di forsennati lettori, di un piacere condiviso e alto che era altro rispetto alle amicizie, alle mode, ai passatempi domenicali, alle compagne che andavano a sciare, allo spreco di energie nel seguire il flusso dei ricevimenti o delle feste. “Avevamo un orgoglio luciferino, trasmesso da mio padre; eravamo intellettuali e frequentavamo i libri.” ( pag. 33). Che l'educazione fosse particolare, non nella media italica, ma risentisse di un diverso clima culturale, di un'altra attenzione data non solo alla testa, ma anche al corpo, si comprende nelle pagine legate alla propria individuale trasformazione, ai momenti di passaggio nell'età delle prime mestruazioni, con le informazioni essenziali date già in casa, con la raccomandazione all'uso dell'acqua ed alla pulizia scrupolosa, mentre, a scuola, molte compagne uscivano sgomente dai bagni e dovevano essere aiutate a capire, a riprendersi dalla scoperta e dall'ansia. Ed in questo periodo di domande, di ricerca, difficile, di una propria identità, di un possibile modello di evoluzione che rappresenti la parte più viva ed autentica del sé, che la pagina si fa partecipe e attenta della ardua cura dell'essere, in qualsiasi tempo e luogo, donna, oggi non meno di ieri. “ Ci vuole una vita per capire che significa essere donna. Almeno così pare a me, e perciò guardo le giovani con tenerezza – sono tanto più belle di come eravamo- e compassione. Come a noi erano prescritte castità e indipendenza, a loro sono prescritti sesso e seduzione. Come per noi la maternità oscilla tra realizzazione e contraddizione. Sul resto – che essere, che fare- ognuna inciampa per conto suo. Alcune trovano nel femminismo lembi di risposta, di comunità. Le più fingono di sapere quello che vogliono, ma poche se la cavano.” ( pag. 38). Gli anni della guerra sono gli anni della formazione universitaria, delle lezioni milanesi di Antonio Banfi, di Matteo Marangoni, di Federico Chabod: sono gli anni ricchi, fecondi, di una intelligenza pronta, affamata ed affinata a lavorare, ad entusiasmarsi davanti ad un codice, a smarrirsi nelle pagine di un testo, a ricercare i mondi attraverso il movimento del pensiero, la creazione e la percezione di dare senso, conquistati dal fragore che sprigiona la propria mente messa finalmente nella possibilità di crescere e svilupparsi, oltre. Oltre la guerra, nonostante i lutti, la successione dei bombardamenti, le crudeltà degli uomini, la terribile fatalità degli eventi. Il dolore che esplode e cambia tutto, perché ti senti e sei messa alla prova: così la scelta di partecipare alla resistenza, i primi contatti con i comunisti. Si leggano queste pagine, lontane da ogni retorica, in stile con la personalità dell'autrice: si avrà la sorpresa di scorrere su uno dei periodi più cupi e strumentalmente divisi della nostra storia con la sensazione partecipe di una mente attenta, sensibile nel registrare stati d'animo, umori, tensioni, a cogliere, oltre le apparenze, la reale portata degli eventi. Non si naufraga mai nel già detto, nel già sentito, nell'analisi che rimanda a minestre precotte e già digerite. Su questo crinale si muove, del resto, tutto il volume. Che non è solo o non è tanto un denso libro di memorie, in un'età di bilanci, di resoconti, ma diviene uno strumento per comprendere scelte, educazioni alla vita civile e politica, battaglie e, forse, soprattutto errori: propri, in primo luogo, e di altri, amici o avversari. Che assume una forza e uno spessore decisamente più alto, più politico ed ideologicamente più intrigante, quando scava negli anni della Ricostruzione, nei rapporti di forze all'interno del Pci, quando ne stigmatizza le divisioni interne, le contraddizioni, non meno attenta nel percepire le forze nuove, lontane dal vertice, che si muovevano in società in profondo, radicale cambiamento.” Furono anni duri, ma malgrado il paese fosse letteralmente tagliato in due dal 1948, e a dispetto del settarismo del partito che non aiutò a elaborare granché, non conoscemmo la pochezza che è seguita al 1989. Da quel restare avversari di rispetto non mi pare però che derivassimo più che un certo orgoglio, l'avere tenuto sotto la tempesta. Ma non eravamo in grado di cogliere dove portavano le correnti di profondità via via che il dopoguerra diventava passato.”( pag.160). Di questi ed altri scollamenti- fino alla dura e tragica espulsione dal partito del gruppo reo di aver dato vita alla fine degli anni sessanta ad una rivista del taglio e dell'influenza de “il manifesto”- il libro diviene testimone partecipe, sismografo attento delle disillusioni e delle inquietudini di coloro che nel partito prepararono e seguirono la svolta “ ereticale” del 1969. Non è una scrittura, questa, che lascia indifferenti, estranei: anche se si possono discutere giudizi e valutazioni, emergono, preponderanti, la forza e la consapevolezza di un valore etico che assume la vera dignità del fare politica. In un rigore morale che oggi appare poco più di un flebile eco, ma che, allora, segnava all'origine un senso profondo di appartenenza e di identità, all'interno di una collettiva militanza ideologia. Poche righe-scelgo quelle che sono a bilancio di un anno tragico, il 1956- possono rendere un percorso di vita ed una sensibilità che sono, in primo luogo, una dimensione di appartenenza culturale, in senso alto, in quel senso che fu conosciuto dai migliori esponenti di una generazione, che ora si sta per destino umano spegnendo, ma sulla quale e con la quale dovremmo ancora e a lungo, in futuro, fare i conti: “ Non sono mai stata populista: non lo può essere chi è venuto alla politica dal rifiuto del fascismo. Avevo visto il poveraccio fascista, quello che si era messo nelle milizie perché nel 1944 perché non sapeva dove andare. Conoscevo al sud chi si faceva carabiniere o seminarista per necessità ma diventava poi molto carabiniere e molto seminarista. Le scelte prima le facciamo poi ci fanno. Il povero e l'oppresso non hanno sempre ragione. Ma i comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto. E quello era un odio massiccio, sedimentato, non si arriva a queste enormità senza un'offesa lungamente patita. Quei giorni mi vennero i capelli bianchi, è proprio vero che succede, avevo trentadue anni”. ( pag. 176). Chapeau, compagna Rossana. Una recensione di Luca Bidoli

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